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La regola fondamentale per scrivere il finale del tuo romanzo

Ecco perché non riesci a scrivere un finale che vada bene per la tua storia.

La struttura di una storia

Questa volta la prendo un po’ alla lontana. Ma tranquilli, arriviamo al punto e capiremo cosa fare per scrivere un finale. La tradizione filosofica occidentale sostiene che ogni nostra attività, ogni nostro processo o pensiero è diviso in tre diverse fasi: un inizio, uno svolgimento e una fine. E anche scrivere romanzi o raccontare storie, non si sottrae a questa regola. Nell’inizio si pongono le condizioni che danno avvio a una situazione, nella fine c’è la conclusione. E nello svolgimento? Nello svolgimento c’è la vera partita, il fulcro di ciò che stiamo raccontando. Quello che potremmo chiamare il campo aperto delle possibilità. Questo è il momento più lungo, forse più denso, il vero campo da gioco dove tutto si muove. Quando ci occupiamo di narrazione, questo schema, questo “motore a tre tempi”, segue delle definizioni molto precise: parliamo di struttura in tre atti. Vediamola più nel dettaglio. Ma se volete approfondire, trovate tutto QUI.

Primo atto (e poi scrivere un finale)

Nel primo atto ci sono le premesse di tutto quello che avverrà dopo. Il nostro protagonista (la storia ha sempre bisogno di un protagonista, un personaggio principale, per essere portata avanti) il nostro protagonista vive una situazione cosiddetta ordinaria. Vive in un mondo ordinario. Attenzione. Ordinario non significa banale, non significa noioso. No. Significa che si vive in un momento di ordine. Ordine che verrà spezzato da un evento. Un evento strano, inatteso, come in I baffi di Emmanuel Carrere. Potremmo riassumere questa fase così:
quando l'ordine del tuo mondo si incrina, lì inizia la tua storia

Bene, ma quando l’ordine va in pezzi, quando qualcosa si rompe e siamo chiamati all’avventura, non siamo subito pronti. Non ci sentiamo di abbandonare quello che sappiamo – nonostante stia andando lentamente in frantumi – per muoverci verso una chiamata potenzialmente pericolosa che ci strappa da casa.

Chi è il protagonista della storia che vogliamo raccontare? Tecnicamente il protagonista (o la protagonista, ovviamente) è chi ha il maggior numero di scene, ma soprattutto chi incarna la storia, chi se ne fa carico. E il protagonista è contraddistinto sempre da qualcosa: può essere un problema, o un difetto, un errore fatale che ha commesso nel passato, un segno distintivo, un valore, una premonizione. Qualcosa insomma che lo differenzia da tutti gli altri. 

Ogni protagonista fa però resistenza al crollo del suo mondo (dagli torto…) e all’avventura necessaria per ripararlo, quel mondo. La sua chiamata all’avventura, alla storia, avviene dopo il superamento di una resistenza iniziale. Senza il superamento di questa resistenza non ci può essere avventura. Per il superamento delle nostre resistenze abbiamo bisogno di amici, mentori, alleati. E’ quindi qui che iniziamo a capire su chi possiamo davvero contare.

L’inizio di una storia ci ha fornito quindi: un personaggio principale (con alcuni segni distintivi e problemi personali), ma anche i suoi alleati, un mondo che va in pezzi, una chiamata verso la soluzione. Soluzione, ricordiamo questa parola, ci tornerà utile.

scrivere un finale

Secondo atto (e poi scrivere un finale)

Nel secondo atto della storia che stiamo raccontando c’è, come dicevo poco sopra, il campo aperto delle possibilità. La chiamata all’avventura apre un vasto mondo di scenari, tutti diversi, tesi verso la soluzione del problema iniziale. Se nel primo atto un mondo va lentamente in pezzi, il secondo atto è allora la ricerca continua di soluzioni possibili per rimettere insieme quei pezzi, per farli tornare come prima.

Soluzioni, si tratta sempre della ricerca di soluzioni. Ricordate che vi avevo detto che questa parola ci sarebbe tornata utile?

Il secondo atto occupa la maggior parte di una drammaturgia in tre atti. Tendenzialmente metà, o anche più di metà delle pagine di un romanzo (o dei minuti di un film). E’ quindi davvero importante ciò che vi succede. Lì, nello spazio spalancato delle possibilità, i valori, i problemi, la forza del protagonista entrano in gioco per trovare una soluzione al problema iniziale. E di soluzioni il protagonista ne trova, in effetti. Anche molte più di una.

La nostra storia potrebbe finire qui, ha una soluzione, c’è quindi un finale. Eppure non è così. Perché?

Terzo atto (e poi scrivere un finale)

Arriviamo allora a parlare di finale, anzi di finali. Ci sono infiniti finali possibili per la storia che stiamo scrivendo. Già nel secondo atto ne troviamo moltissime, come abbiamo visto. Ma quando riconosciamo quella giusta? Anzi, quella più giusta delle altre? Perché non siamo convinti del finale che stiamo scrivendo?

Le risposte sono due, e nel finale giusto devono comparire insieme: da un lato il finale deve rispondere al problema iniziale. Deve farlo in maniera convincente, esatta, rispondente rispetto a quell’incrinatura nell’ordine che abbiamo visto all’inizio.

In secondo luogo, il finale deve caricare su di sé una risposta convincente rispetto ai valori incarnati dal protagonista. Ricordate? Lo avevamo detto all’inizio. Un protagonista carica su di sé la storia e il suo problema, ma carica su di sé anche i propri problemi, i propri difetti, i propri valori. La storia si incarna nel protagonista, che se ne fa carico.

Il finale, quindi, è un luogo. Un luogo dove convergono soluzioni al problema iniziale, e soluzioni al problema del protagonista, nel rispetto dei suoi valori.  Entrambi portati alla luce nel primo atto. E non è detto che questa soluzione accontenti tutti – mondo esterno e mondo interno al protagonista. Pensiamo al finale di Rocky I.

Cosa devo fare quindi se non trovo il finale della mia storia? Per scrivere il finale devo scavare nel primo atto. Lavorare, lavorare, lavorare sul primo atto, finché non capisco fino in fondo quali sono i problemi e i valori che in quello vengono espressi. 

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Ideatore del metodo Cartografia Letteraria, Writing Coach ed Editor.

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