Daniele Rielli: Odio, una tentazione andata a buon fine e le sue conseguenze inesorabili

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intervista daniele rielli
Tempo di lettura: 11 minuti

Un’intervista a Daniele Rielli, autore di Odio


Ho avuto il piacere di intervistare Daniele Rielli. Partendo dal suo ultimo romanzo – Odio (Mondadori) – abbiamo parlato delle distorsioni che la tecnologia ha portato nella nostra vita, di social network e capro espiatorio, di podcast e cultura umanistica.

Ferdinando MorganaUna delle cose che fin dall’inizio mi hanno colpito del tuo lavoro è la passione per la realtà. Direi quasi una Fame di realtà, per citare David Shields. Penso ai tuoi lavori per Vice, ma anche alle raccolte Quitaly e Storie dal mondo nuovo. Cosa alimenta in te questa fame?

Daniele Rielli – Non mi riesce proprio di scrivere di cose che in qualche modo (diretto, di ricerca, collaterale) non conosco abbastanza bene. Questo diciamo in generale, i reportage poi nascevano banalmente da un’esigenza professionale: per quel tipo di storie mi pagavano bene. Soprattutto giornali come Linkiesta, il Venerdì o Internazionale e l’idea di poter campare scrivendo mi sembrava una fortuna notevole. Poi però la cosa mi ha appassionato sempre di più perché se sei onesto con te stesso e con le persone con cui parli, il viaggio di ricerca diventa sempre anche un po’ una ricerca su te stesso, sulle tue convinzioni.

È un’occasione impareggiabile per vedere ambienti, persone e quotidianità che altrimenti non vedresti mai. La vita contemporanea si svolge fra lavoro e turismo e quindi l’esperienza diretta del resto del mondo è il più delle volte quasi inesistente, il reportage è una grande occasione di scardinare questo dualismo e vedere davvero l’altro nella sua vita quotidiana.

Per me quella fase della carriera è stata fondamentale per uscire dal dogmatismo mediatico delle risposte automatiche ed entrare in una fase più letteraria, che era quello che avevo sempre voluto fare. Mai voluto fare il giornalista, io. Ma è anche un percorso molto più lungo, che richiede tempo, macerazione, esperienza di vita, oltre che studi. Penso che se i giornalisti viaggiassero di più e ascoltassero davvero le persone che hanno di fronte, invece di ricondurre tutto alle idee che hanno già in testa, ne verrebbe fuori un giornalismo migliore. Più letterario, ma soprattutto più onesto intellettualmente e più preciso.

C’è da dire che la macchina editoriale è in crisi e non fornisce più né le risorse né il tempo per fare le cose come si deve. Tutto va prodotto in fretta e in quantità, in queste condizioni è praticamente impossibile fare diversamente, questo per dire che non è nemmeno sempre colpa dei giornalisti. Mi piacerebbe tornare a viaggiare post-covid ma bisogna vedere quali entità potranno permettersi quegli investimenti in futuro, non sono sicuro che saranno i giornali. Quindi per quanto riguarda le origini della mia attrazione per la realtà ricordo di averla sempre avuta, ma il confronto professionale con la realtà altrui mi ha reso uno scrittore migliore e una persona più aperta, su questo non ho dubbi.

Daniele Rielli – ph: Fabrizio De Blasio

Ferdinando Morgana – Un altro tratto che secondo me distingue il tuo lavoro è la capacità di trovare un tratto surreale o comico, in situazioni e contesti che a prima vista sembrano seri. Come alleni il tuo sguardo sulla realtà?

Daniele Rielli – Non lo alleno, anche in questo caso lo ho sempre avuto, non so perché. Ma che la realtà sia un posto abbastanza assurdo mi è sempre parso evidente in maniera del tutto istintiva sin da bambino. Una volta mia nipote che al tempo avrà avuto otto anni mi ha detto “Zio tu prendi molto sul serio le cose non serie e non prendi sul serio le cose serie”. L’ho trovata una descrizione perfetta, di quelle che ogni tanto riescono ai bambini. Con il tempo comunque ho dovuto imparare a prendere molto sul serio anche le cose serie altrimenti la vita ti schiaccia.

Credo che indirettamente il romanzo risponda anche alla domanda “cosa rimane oggi della cultura umanistica?” La risposta credo stia nella ricerca di senso, simbolico, metaforico, artistico. È una porta diversa rispetto a quella scientifica, meno rigorosa ma ugualmente necessaria.

Ferdinando Morgana – Veniamo allora al tuo ultimo lavoro, Odio. Un romanzo che racconta quanto la tecnologia abbia stravolto le nostre vite, attraverso il personaggio di Marco De Sanctis. Fonda Before, un’azienda di Big Data in grado di prevedere il comportamento di milioni di persone. Perchè un romanzo sull’impatto della tecnologia? Quanto e cosa c’è di ancora non detto su un tema che pensiamo di conoscere a fondo?

Daniele Rielli – La tecnologia è centrale nel modo di vivere dell’uomo dal giorno in cui è stata inventata la ruota, ma forse anche da prima, dall’invenzione del primo manufatto. Nella cultura italiana siamo legati a questa idea spersonalizzante e novecentesca di tecnologia come fabbrica a carbone che deturpa la campagna – magari con un padrone cattivo. Ma è una visione parzialissima e storicamente limitata di un fenomeno centrale nella storia della specie. DI fatto noi ci co-evolviamo con le tecnologie. Le egemonie storiche di stati e popolazioni sono sempre state in larga parte determinate dalla loro capacità economica e culturale di produrre tecnologia. Su questo punto di vista sono molto interessanti i lavori di storici come Carlo Maria Cipolla.

Come questa centralità possa essere qualcosa di esterno alla letteratura è una cosa che mi sfugge, cionostante appena parli di tecnologia da noi rischi di essere incasellato nel genere. Con tutto il disprezzo che il genere si porta dietro in certi ambienti. Al di là della questione tecnologia mi sembra alle volte che una parte maggioritaria della letteratura italiana contemporanea guardi con un certo distacco al suo tempo e alle questioni che lo caratterizzano, sempre un po’ ripiegata nell’intimismo estremo o nella ricerca di un’Arcadia alternativa. Chi invece cerca di leggere il nostro tempo non viene preso particolarmente in considerazione, penso ad esempio alla corrente di realisti veneti, con i loro romanzi tutti incentrati sul tema del lavoro, scrittori come Trevisan, Targhetta, Bugaro e Maino, che secondo me sono autori di alcune fra le cose migliori scritte negli ultimi anni in Italia ma rimangono relativamente ai margini del discorso letterario.

A ogni modo, Odio ha l’impianto del romanzo classico, con registri linguistici che si adattano ai contesti e ai tempi narrati, e proprio perché è un romanzo è prima di tutto una storia di esseri umani, la tecnologia mi interessava solo nella misura in cui concorre a determinare o incentivare alcuni comportamenti rispetto ad altri, ma al centro del libro ci sono degli esseri umani, come è inevitabile che sia. Due questioni centrali nel romanzo sono ad esempio la trasparenza, intesa come assenza di segreti, e l’invidia. Due temi classici del romanzesco, in questo caso raccontati all’interno della società digitale. Prendi la cena che apre il romanzo, il fatto che uno dei convitati possa sapere i segreti di tutti i presenti, che tra l’altro sono i suoi migliori amici, non è un pretesto romanzesco per eccellenza?

La vicenda di Marco DeSanctis poi è quasi faustiana, è la storia di una tentazione andata a buon fine e delle sue conseguenze inesorabili. Ad un altro livello è anche l’impersonificazione del contrasto contemporaneo fra cultura umanistica e scienza, con la prima che si sente ingiustamente defraudata. Credo che indirettamente il romanzo risponda anche alla domanda “cosa rimane oggi della cultura umanistica?” La risposta credo stia nella ricerca di senso, simbolico, metaforico, artistico. È una porta diversa rispetto a quella scientifica, meno rigorosa ma ugualmente necessaria.

Odio – Mondadori

Ferdinando Morgana – Uno dei temi centrali di Odio è il rapporto tra social network e ricerca del capro espiatorio. Pensi sia una delle chiavi di lettura più autentiche del successo delle piattaforme social?

Daniele Rielli – Assolutamente. I social non creano i tratti persecutori degli esseri umani ma li selezionano scientemente attraverso la loro architettura. Hanno una funzione evolutiva, ed è una funzione brutalmente deleteria, messa in atto per ragioni commerciali, per massimizzare cioè il tempo di attenzione da rivendere agli inserzionisti. Se faccio un tweet contro un politico – tweet che può anche essere giusto o a fuoco, non è questo il punto– genero reazioni immediate e l’algoritmo mi amplifica a dismisura. Te lo dico non solo perché lo osservo negli altri ma anche perché capita a me, direttamente. Da questa amplificazione derivano visibilità, e possono derivare opportunità occupazionali e da esse ricchezza.

La volta successiva cosa posterò? Una frase di Montaigne sulla necessità di dubitare o un altro attacco veemente a qualcuno, possibilmente in coerenza tribale con il precedente? L’incentivo è chiarissimo. Le piattaforme sono macchine culturali e ci stanno spingendo a forza dentro delle tribù dove tutto è binario. È una condizione pericolosissima, tutta la cultura ottusa del politically correct non si sarebbe mai imposta senza social network. E maggiori difficoltà avrebbero trovato anche quegli autoritarismi di destra che usano la propaganda online a loro favore.

Ferdinando Morgana – Quello che hai capito del rapporto tra digitale e la nostra vita ordinaria come è cambiato con le ricerche per Odio? La stesura del romanzo ti ha portato a empatizzare o a diffidare dell’impatto che ha la tecnologia sulla nostra vita?

Daniele Rielli – È una delle tante cose che non mi fanno essere ottimista, tuttavia la specie umana ha sempre trovato il modo di sopravvivere, anche quando sembrava molto improbabile. Il rischio maggiore mi sembra quello che denuncia Noah Harari: un futuro da formiche, componenti irrilevanti e perfettamente sostituibili di una macchina ultra razionalizzata.

Ferdinando Morgana – Il tuo progetto più recente è un podcast: PDR – il Podcast di Daniele Rielli. Hai scelto un format inusuale per il nostro mercato, quello delle interviste in formato longform a personaggi molto diversi tra loro. Perchè un podcast nel tuo percorso e come scegli i tuoi ospiti? Quanto spazio lasci all’improvvisazione durante le conversazioni?

Daniele Rielli – Per gli ospiti c’è una sola regola, molto semplice: mi deve interessare il loro lavoro o la loro esperienza di vita. Non ci sono altri criteri. Quanto all’organizzazione della puntata cerco di seguire la corrente del discorso per tirare fuori quegli aspetti che reputo più interessanti, e sì, certo, preparo le puntate, alcune più di altre perché dipende anche molto dal tipo di ospite e da quello di cui viene a parlare. Quanto al formato, si tratta della modalità più antica del mondo, quella del dialogo a due. In altri Paesi sta avendo un successo impensabile solo qualche anno fa e credo che questo accada perché molte persone sono stufe di essere trattate come dei perfetti imbecilli dai media.

La lunghezza è anche funzionale a creare una certa intimità, ad uscire dallo schema sempre un po’ finto e costruito dell’intervista rapida. Penso anche che l’assetto mediatico tradizionale abbia raggiunto un punto di non ritorno; siamo arrivati a decidere il capo del mondo occidentale – il presidente degli Stati Uniti – con dei dibattiti in cui le risposte che non possono durare più di due minuti. Perché? È un’idiozia totale, se solo ci si ferma a pensarci. Pdr è anche una risposta a quanto dicevo sopra rispetto ai social, quindi meno brevità, meno slogan, meno odio, meno tribalismo, meno dogmatismo e moralismo e più confronto fra esseri umani.

(avevo inserito PDR nel Best Of 2020 di Cartografia Letteraria, QUI)

L’incentivo è chiarissimo. Le piattaforme sono macchine culturali e ci stanno spingendo a forza dentro delle tribù dove tutto è binario.

Ferdinando Morgana – Chi segue Cartografia è molto interessato ai consigli sulla scrittura. Non posso allora esimermi dal chiederti come è la tua routine. Quante ore al giorno scrivi, come ti documenti, come e cosa leggi, come organizzi il lavoro tra le tue diverse attività.

Daniele Rielli – La letteratura è la padrona più esigente nel senso che quando lavoro ai libri non posso fare nient’altro, anzi compatibilmente con le mie possibilità cerco di andare in posti dove posso stare completamente da solo e disconnesso per qualche settimana, almeno per impostare il lavoro e per le fasi più delicate.

(delle esigenze della letteratura anche Dario Voltolini mi aveva detto qualcosa, QUI)

Per tutto il resto – articoli, soggetti, teatro – invece scrivo nel mio studio, non tutti i giorni purtroppo perché c’è sempre qualche cosa riguardante il lavoro a cui attendere: mail, telefonate, più le esigenze della vita quotidiana a cui a Roma in genere bisogna aggiungere un x2 davanti. Perché la città è di una bellezza profonda ma è tutto sempre un po’ più complicato del normale.

Ora c’è pure il podcast che non è in senso stretto una perdita di tempo ma comunque richiede il suo lavoro. Una parte di tempo poi va sempre dedicata alla lettura. In generale i momenti della giornata in cui mi trovo meglio a scrivere sono la mattina appena sveglio o la notte.

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