Scrivere è una battuta di pesca in territorio sconosciuto. Intervista a Dario Voltolini.

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Dario Voltolini è sicuramente uno dei Maestri della letteratura italiana. Lo abbiamo intervistato domandandogli cosa significhi per lui scrivere, da dove prende le idee, qual è il DNA delle sue invenzioni stilistiche. Tra i molti regali che ci ha fatto, il più luminoso è stato rivelarci il titolo del suo prossimo romanzo.

Pacific Palisades – Dario Voltolini

Vorrei iniziare dalla fine: il tuo ultimo libro è Pacific Palisades, pubblicato da Einaudi. La prima cosa che ti voglio chiedere è se tu hai trovato un termine per definire questo libro, se è un romanzo in versi, poesia narrativa o altro. Tra te e te come lo chiami?

Be’, io tra me e me lo chiamo prosa, lo chiamo prosa truccata. Non penso di aver scritto un poema o qualcosa di simile, penso di aver fatto una meditazione scritta, per la quale mi sono dotato di strumenti che non sono quelli della prosa tipica, e cioè: la possibilità di andare a capo, di saltare dei nessi, di lavorare sul ritmo, di seguire i suoni, le assonanze, le consonanze, anche le ripetizioni, cioè di prendermi una libertà da quelle che sono le regole – diciamo classiche – della prosa, dove tutto ciò dovrebbe essere evitato. Quindi io penso di aver fatto una prosa… libera, ecco. Chiamiamola così, non verso libero, ma prosa libera

Mi piace molto questa intuizione sulla prosa libera. E ho voluto iniziare da qui non a caso, perché questo tuo essere fuori dai binari – Foravìa, per citare il titolo di un altro tuo libro – mi sembra uno dei tratti essenziali della tua scrittura. Il primo tuo libro che ho letto è stato Forme d’onda, ricordo che in uno dei racconti un bambino lancia un aeroplanino di carta, che rimane fermo a mezz’aria. E allora ecco che la tua scrittura mi è sempre sembrata come quell’aeroplanino di carta, sospesa magicamente in aria. 

Quel racconto – che si intitola appunto L’aeroplano – individua un fatto che mi è realmente accaduto da bambino, quindi l’ho raccontato, ma inserendolo come DNA, come dici tu, della mia scrittura. O meglio, di ciò che sta prima della scrittura, quella specie di stupore che cerca una soluzione e poi la trova. 

Sì, la mia scrittura è un po’ Foravìa, ma non è che sia una scelta, è che non posso fare diversamente. Se io potessi scegliere preferirei scrivere come Tolstoj, ma il fatto è che non sono capace di farlo. A me viene da fare così e ho fatto di necessità virtù, tra virgolette, perché non so se sia realmente una virtù. Mi salvo, anzi mi giustifico, con il concetto di biodiversità della scrittura, cioè io penso che le varie scritture siano come la frutta o la verdura, ed è più bello trovarne al mercato tante varietà, piuttosto che poche e standard. Allora io mi batto non perché la mia scrittura in particolare trovi posto, ma tutte le scritture che hanno una deviazione da una supposta regola standard trovino posto sul bancone del mercato. 

Soprattutto il mio problema è sul versante della narrazione. Come tu sai ho fatto anche il Preside della scuola Holden, ma ero molto a disagio perché io non uso delle tecniche narrative. Io faccio una cosa diversa, che può sembrare una cosa di ricerca, a molti pare che la mia scrittura sia elaborata, ricercata, ma alcuni scrittori mi hanno scoperto. Ricordo che Raul Montanari una volta me lo ha detto chiaramente: “secondo me scrivi la prima cosa che ti viene, a getto”. In effetti la frase non è poi così lavorata sulla pagina, magari lo è prima, nel cervello,  ma quando è sulla pagina non riesco quasi mai a migliorare spostando dei pezzi, piuttosto mi viene da buttar via quello che non mi piace

E’ come se da ciascuno scrittore possa germinare solo una determinata scrittura. Tranne alcuni casi rari di autori che riescono a fare di tutto. Allora ti chiedo, cosa c’è prima della scrittura?

“Cosa c’è prima della scrittura” è una bella domanda. Innanzitutto la scrittura è una cosa che noi apprendiamo sostanzialmente a scuola, quindi cosa c’è prima della scrittura? C’è quella specie di zona in cui siamo bambini e non sappiamo scrivere, e questo riguarda tutti. La scrittura, se non c’è qualcuno che ce la insegna, noi non potremmo conoscerla. Rispetto per esempio al disegno o al canto è un’attività molto particolare, diversa. 

Per quanto riguarda la mia scrittura, una risposta banale ma non vera è che c’è tutto quello che uno fa, quello che uno vive, che pensa, sente. Non è così vero perché quando io mi metto nell’atteggiamento di scrivere, quello che ho vissuto è ormai molto lontano, sprofondato in un punto da cui cerco di tirarlo fuori scrivendo.  

Per me non esiste una superficie su cui esistono i fatti e solo dopo la scrittura di quei fatti, ma c’è un crinale dove i fatti e la vita sono andati insieme scivolando e con la scrittura cerco di tirarli fuori. Scrivere, per me, è più un’attività di pesca che di trascrizione. Un fatto, quando lo tiro fuori da lì, è tutto ammaccato, è tutto mescolato con altro che non sapevo. Uno pesca dentro se stesso delle cose che sono state gettate, lasciate andare a fondo e poi, quando vengono tirate fuori, non sono mai identiche a prima. 

” Per me non esiste una superficie su cui esistono i fatti e solo dopo la scrittura di quei fatti, ma c’è un crinale dove i fatti e la vita sono andati insieme scivolando e con la scrittura cerco di tirarli fuori. Scrivere, per me, è più un’attività di pesca che di trascrizione.”

Dario Voltolini

Questo esempio della scrittura come pesca da un luogo interiore mi fa pensare che una parte della tua recente produzione è realizzata con un medico, il Dr. Lorenzo Bracco. Non ricordo chi ha detto che medici e artisti sono simili, gli unici autorizzati ad aprire e vedere cosa c’è dentro le persone.

Da anni lavoro con Lorenzo Bracco, abbiamo scritto anche due libri insieme, due diari di viaggio che sono stati presentati al Premio Strega, uno si intitola Da costa a costa e l’altro Oltre le colonne d’Ercole. È vero quello che tu dici, che il medico – e in particolare Lorenzo, che è anche psicoterapeuta – ha le chiavi per andare nelle profondità delle persone. Ma tutto questo ha a che fare con la vita e paradossalmente meno con la scrittura, come la intendevo prima dicendo che vado a pescare. 

In realtà io non penso di avere uno scandaglio così profondo, intimo, di me stesso mentre scrivo. Io non penso di avere una via d’accesso privilegiata alla mia profondità, posto che ci sia. E’ che non riesco a fare un lavoro con la lingua che non dipenda dal fatto che le parole io vada a pescarle in un posto di me dove loro fanno la loro vita, si mescolano insieme, si confrontano. E quando le tiro fuori hanno il mio sembiante. Io non descrivo o racconto in maniera oggettiva, ma neanche così soggettiva; se devo raccontare qualcosa, devo far entrare le immagini dentro di me e poi le parole per descriverle le vado a pescare chissà dove. 

Allora mi viene subito la curiosità di domandarti qualcosa sul tuo percorso da lettore e su come pensi ti abbia influenzato.

Da bambino il mio universo letterario era completamente colonizzato da Pinocchio, e devo dire che lo è tuttora. Poi sono arrivate altre letture in edizioni per ragazzi – Salgari, Verne, De Amicis, Vamba, poi L’isola del tesoro, cose così. Ma io sono un ignorante totale e poi non ho più letto nulla per anni, solo dopo sono arrivate letture più “formative”. Mi ricordo in terza media lo shock che ho avuto leggendo le poesie di Montale, perché vedevo nella sua Liguria una cosa che mi colpiva della mia esperienza di ragazzo che andava bambino in vacanza in Liguria. Montale è stato importante perché mi ha fatto intuire che si possono riprodurre per iscritto esperienze intime, prive di parole, vissute da altri. 

Ho incontrato poi Buzzati e Kafka e Pirandello, non li metto insieme perché abbiano una parentela, ma ricordo l’importanza emotiva che ebbe per me la lettura di Kafka da ragazzo e ne rimango tuttora impressionato, come se avessi scoperto allora, leggendolo, che c’era su di me una condanna per un delitto che non sapevo di aver commesso, così come l’avevo letto ne Il processo di Kafka. Ho amato Hemingway. Dos Passos è stato importante per me: mi ha messo li in testa il grillo di scrivere.

E così Buzzati, con la sua libertà e fantasia, mi ricordo che Il deserto dei Tartari era una cosa su cui vagheggiavo di fare delle musiche. E poi ci sono quelli importanti come Tolstoj e Dostoevskij, Flaubert e Cervantes. Poi devo dire che ho fatto dei buoni goal portando a termine la lettura della Recherche di Proust, che mi ha dato tantissimo, come esperienza umana – di altissimo potenziale. Idem per Moby Dick. Poi i poeti: Wallace Stevens, Elizabeth Bishop, Jiménez e disparatissimi altri. Per il suono che le parole si scambiano una con l’altra, devo dire: Pascoli. Come limite inattingibile, naturalmente Leopardi. 

Sembrerebbero letture raffinate, come John Berger che amo molto, come Alice nel paese delle meraviglie, come pure Pinocchio che non è un libro per bambini o per ragazzi ma un libro sapienziale, o altre come Borges o Bolaño, ma sarebbero raffinate solo per un lettore che avesse già letto tutto il resto, invece io non ho letto tutto il resto, quindi vado così, peregrino nel mondo della letteratura. Incoccio Dante e Shakespeare come se fossero accidenti.

Ho avuto poi la fortuna di conoscere molti scrittori, tra gli italiani in attività: primo tra tutti metterei Moresco, mi piacciono poi molto anche Letizia Muratori, Andrea Canobbio, Veronica Tomassini, Michele Mari, Tiziano Scarpa e davvero molti altri. Ho una passione particolare per Mario Giorgi, l’autore di Codice, un libro-gioiello, oggi ingiustamente dimenticato. Sono tanti gli scrittori e le scrittrici con cui quasi quotidianamente cerco di intessere un dialogo che mi chiarisca le idee su cosa fare (temo invece di confonderle a loro…). I due che più frequento anche come amici sono Alessandro Baricco e Davide Longo.

Altri libri che mi hanno particolarmente segnato sono Platero e io di Juan Ramón Jiménez, che conoscevo come poeta, ma che nella prosa mi chiama, indica delle cose che non saprò mai fare. Poi il Bolaño di 2666, Il mio anno nella baia di nessuno di Peter Handke che mi lascia completamente senza fiato. Chiudo con Sebald, immenso scrittore, Cronache marziane di Ray Bradbury e Nettare in un setaccio di Kamala Markandaya, trovato per caso e diventato uno dei miei libri del cuore. Ma sto citando il 10% dei titoli che porto nel cuore. Stavo per dimenticare Robert Sheckley! Il suo Opzioni è stata una lettura importantissima.

2666 – Roberto Bolaño

Hai citato molte volte Roberto Bolaño, ricordo un aneddoto divertente ti riguarda, in cui invii a Baricco un sms dopo aver letto 2666 “Letto Bolaño, cambiato mestiere”. E’ successo davvero?

Sì, l’aneddoto è vero. Poi però non ho cambiato mestiere, ma mi verrebbe da farlo, perché lui nel giro della frase è nel suo elemento, senza frizioni; la sua scrittura gonfia le vele e ti porta dove vuole. Leggerlo è un’esperienza meravigliosa perché ha la capacità di farti essere lì dove le cose accadono, ancora più che se tu le avessi viste al cinema. E’ il punto di arrivo della maturità della scrittura, della capacità letteraria. Ed è piacevole anche nelle parti cruente, violente, orrende.  Io non sono capace di farlo. Io ho fatto di uno dei suoi personaggi la mia password – non ti dico qual è, ovvio! Ma in questo modo, ogni giorno, ho la scusa – accendendo il pc – per mandare a lui un mio pensiero. 

Tuttavia, devo dire però che pur nella grandissima scioltezza e piacevolezza della scrittura, a me di lui a fine lettura rimane meno di quello che pensavo mi sarebbe rimasto. Mi resta un’impressione sì di magnificenza, di doratura, di grande campitura, di sovrumano controllo, ma è come se non potessi prendere da lì qualcosa che, invece, da testi più sghembi e rovinati posso prendere e portare con me. Come se avessi davanti un purosangue, ma fossi comunque sempre attratto dai bastardi, dai mezzosangue.  Quindi per me lui rimane lì, come una luce, ma io non riesco a ricavarne quello che credevo di poterne ricavare, data la sua grandezza.

Quanto è importante Torino per quello che scrivi e per quello che immagini?

Il mio rapporto con Torino è presto detto: sono torinese e torinista, e il mio primo libro Una intuizione metropolitana, del 1990, nasce perché avevo negli occhi ampi settori industriali della città – che adesso non ci sono più – una periferia di rotaie, altiforni, fabbriche, muri di mattoni, che io attraversavo per andare a trovare i nonni. Pensa che prendevamo la macchina e c’era un passaggio a livello dentro la città, e il treno portava ritagli di ferro e di acciaio a fondere. Di Torino, io, quello avevo da dire, di quanto fosse accomunata alle altre città industriali del mondo per via di questo scenario, di questo fondale. Io sono entrato in città da quella porta. 

Come organizzi le tue giornate quando scrivi?

Non ho nessuna regola, non seguo nessuna regola per scrivere. Mi piacerebbe fare come faceva Moravia, avere degli orari rigidi, con le sveglie, sapere che da una certa ora a un’altra si dorme, in un’altra si scrive. Mi piacerebbe, ma non è così. Ho spesso scritto di notte, soprattutto quando avevo delle scadenze da rispettare, ma ora non lo faccio più. Scrivo in maniera piuttosto anarchica, ma non perché io non sia sistematico, sono entrambe le cose. Forse sono così tanto anarchico, da comprendere nel mio modo di scrivere anche la sistematicità.  Tutto dipende da quanto tengo a quello a cui sto lavorando, se ci tengo davvero allora gli orari non contano.

Ho spesso sentito fare una differenza tra scrittori e “scrittori che piacciono agli scrittori”. Per te ha senso identificare questa sorta di nicchia ecologica? 

Sì, sono d’accordo con questa differenza. Ci sono tanti esempi di scrittori che piacciono solo agli scrittori, così come di scrittori che non piacciono agli scrittori. Tra questi estremi ci siamo tutti. Uno scrittore come Baricco, per esempio, piace tanto ai non scrittori, e in questo caso gli scrittori sbagliano.

Uno scrittore come Moresco non piace neanche agli scrittori, che in questo caso sbagliano. Uno scrittore che piace ai non scrittori – per esempio Volo, o Moccia – ha un segreto nella sua scrittura, che il popolo degli scrittori vorrebbe conoscere, perché agli scrittori in generale non piace scrivere solo per gli scrittori.   

Però vorrei finire con una battuta: poiché in Italia c’è più gente che scrive di quanta ce ne sia che legge, uno scrittore che piacesse agli scrittori sarebbe un bestseller. Curiosamente, ciò non accade. 

 Vorrei concludere chiedendoti se stai scrivendo, se ti stai preparando per una di quelle battute di pesca di cui abbiamo parlato prima.  Magari uno dei romanzi del ciclo delle stagioni, che avevi inaugurato con Primaverile nel 2001?

Sto radunando le idee per una cosa di cui ho solo il titolo e vagamente il senso generale. Dovrebbe trattarsi di un affresco sullo stato preadolescenziale di un maschio. Ho già il titolo, te lo rivelo: Il giardino degli aranci, potrebbe essere il capitolo invernale del ciclo delle stagioni. Ma forse no, vedremo. Intanto sto scrivendo canzoni, spero che le ascolterete.

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