“Fedeltà, un romanzo scientificamente vero”: l’intervista a Marco Missiroli

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Tempo di lettura: 11 minuti


Marco Missiroli è nato nel 1981 a Rimini, è alto più di un metro e ottanta, ha una voce bassa e tranquilla, modi gentili e mai affettati. Fedeltà – il suo quinto romanzo, il primo per Einaudi – è uscito da alcune settimane e ha già collezionato attenzioni e recensioni da autore consacrato. Ci sentiamo al telefono una domenica dopo cena, con la promessa di non perderci in una chiacchierata troppo lunga. Dalle prime battute capiamo entrambi che non metteremo giù tanto facilmente.

In un suo famoso pezzo, Sandro Veronesi elencava le cose che ho da dire. A te sembra di conoscere le cose che hai da dire? Sono cambiate negli anni?

Volevo che all’interno di Fedeltà si parlasse della fedeltà nella nostra epoca come fotografia generazionale, come modo di vivere una disgregazione, come di una guerra sottile, sentimentale, economica rispetto alla vecchia generazione e rispetto alla nuovissima generazione che ancora sta mutando. Volevo parlare di quella difficoltà di farsi una vita, la difficoltà di rimanere in coppia, quella difficoltà di essere fedeli che sfugge un po’ a quelle norme sociali che invece la vecchia generazione aveva ben presenti, anche se per loro erano comunque costrittorie. Adesso abbiamo quasi una iper libertà, che è un’illusione, che ci costringe invece ad affogare in gorghi che non ci liberano.

Questa è una cosa che avevo da dire per me importantissima, come ho avuto da dire in passato dei padri che non riuscivano a essere padri o erano troppo padri, e che ci lasciavano quasi come orfani, come di una generazione che non riusciva a curare le ferite di chi non si riusciva a collocare. Per adesso posso dirti che Fedeltà è il romanzo che più di tutti gli altri è riuscito a dire le cose arretrate che avevo da dire, infatti non è un titolo al singolare ma al plurale. Le varie fedeltà e infedeltà che tratto sono arretrati di consapevolezza che ho raggiunto con grande dolore nel tempo. In questo può essere considerato un libro della mia maturità e spero anche una fotografia di una certa fragilità generazionale.

Marco Missiroli, Fedeltà –Einaudi 2019

Mi viene spontaneo vedere nella tua carriera un percorso, un progressivo avvicinamento all’Italia. Come se per anni avessi avuto bisogno di rimanere distante e parlare della Francia, degli Stati Uniti. Pensi che questo movimento si invertirà in futuro?

Credo di aver scelto all’inizio storie ambientate veramente fuori, e di essermi avvicinato progressivamente all’Italia perchè quelle erano storie che gradualmente si avvicinavano a me stesso. Come se raccontare di altro e passare attraverso filtri di differenti distanze, sempre maggiori, fosse un modo di avvicinarmi anche alla forma di intimità che ha avuto Fedeltà. E’ un imbuto, in effetti: dall’estero fino all’Italia, per poi arrivare all’Italia intimista e all’intimismo dei giorni nostri. E davvero è stato un avvicinamento.

Ci sono poi due scuole di pensiero, che io renda meglio come scrittore che parla di altro, oppure che io renda meglio come scrittore che parla di cosa siamo a un livello più intimo, più diretto. Quello che mi serve, però, e che ho capito nel corso del tempo, è che la mappa dove io appoggio le storie, dove faccio vivere le storie, sia realmente esistita. Quindi anche se tornassi a parlare – cosa che potrebbe anche succedere – di estero, dovrei trovare un’ambientazione che conosco, che ho vissuto, che riesco a riprodurre su pagina, perché altrimenti il concetto di fedeltà, di verità, mi sfuggirebbe e non avrei assolutamente quel contesto autentico che le mie parole devono avere per raccontare una storia vera. Solo così potrei arrivare all’intimità anche parlando di qualcosa di altro, di distante.

Hai sempre dichiarato di aver scritto Atti osceni nella totale segretezza. Vista l’attesa per Fedeltà, com’è stato gestire la curiosità di tutti? Ha in qualche modo inquinato quella dose di riservatezza che la scrittura ti richiede?

Ho scoperto dentro di me di avere un potere di segretezza molto grande, che interviene quando si sta violando la parte di mistero che protegge le mie opere o il mio atto creativo. In questo caso però è avvenuto qualcosa di un po’ particolare, perché ho iniziato a scrivere Fedeltà in cucina, come sempre da solo in casa, ma poi qualcosa non tornava, forse per una questione di paura rispetto alle aspettative di tutti quelli che continuavano a chiedermi quando sarebbe uscito, rispetto al ritardo e al fatto che sicuramente c’era molta aspettativa. Tutte queste cose io le sapevo già, ma sentirsele ripetere mi metteva una sorta di fragilità addosso. Così una mattina sono uscito e sono andato a scrivere in un bar che frequentavo ogni tanto per le colazioni, e da lì non mi sono più mosso. Anni lì, su un tavolino vicino alla finestra a scrivere tutte le mattine e credo che questo sia dovuto al fatto che mi stavo abituando al rumore, a scrivere con il rumore di fondo, che corrispondeva al rumore che avevo un po’ dentro per tutte queste voci che mi dicevano che dovevo scrivere, che mi aspettavano. E’ come se avessi associato il rumore interiore al rumore fisico, e questo mi ha aiutato un po’ scrivere Fedeltà in mezzo al mondo. Ecco perché è un libro corale, o comunque di coralità.

Il dettaglio della scrittura in un bar, mi fa subito pensare che uno dei tuoi personaggi – Sofia – lavora proprio in una caffetteria. Mi è sembrato di cogliere in Fedeltà altra autobiografia: il lavoro in edicola, i corsi di scrittura, lasciare Rimini per Milano.

Marco Missiroli – ph: Valentina Vasi

Ci sono delle parti acute di autobiografismo. Soprattutto il titolo, Fedeltà, è riferito al fatto che io dovevo essere fedele ai fatti, quindi ci sono autobiografismi, casi clinici, proprio per rendere questo romanzo tendente al vero. Non è un caso se tu hai tirato fuori l’edicola, l’insegnamento, la caffetteria. E pensa che mentre stavo per finire il romanzo – che nelle mie intenzioni doveva terminare in una giornata che doveva essere di sole, o comunque di cielo terso, dei primi di marzo – ecco, il giorno in cui stavo infilandomi nelle ultime 30 pagine del romanzo, ha iniziato a nevicare a Milano. Era il 4 marzo dell’anno scorso e nevicava. Quindi ho cambiato tutto il libro in presa diretta perché fosse allineato con la verità. Non c’era niente di magico e c’era tutto di vero.

Il libro ha rinunciato ad alcune scene madri che lo avrebbero potuto rendere più scintillante, più radioso, più ruffiano, per rimanere sulle scene quotidiane, che sono scene figlie e che quindi sono meno luccicanti. In questo caso l’autobiografismo è sinonimo di quotidianità e di un realismo davvero concreto che per ciascuno di noi è una forma di, come posso dire, di devozione alla vita. In questo possiamo dire che il titolo viene largamente, per quanto riguarda essere fedeli a ciò che viviamo, spero esaudito.

A me non sembra un caso che tu abbia scelto per Margherita e Carlo, una coppia in crisi, un appartamento in Corso Concordia. Hai fatto la scelta di lavorare sulla metafora, sul correlativo oggettivo per raccontare le dinamiche di una coppia?

E qui è incredibile svelarti il fatto che è tutto vero. Che io e mia moglie, abbiamo acquistato un appartamento in Corso Concordia senza ascensore al quarto piano che ci ha permesso, e ci ha costretto, a fare delle scelte di grande adultità – quando ancora credevamo di essere nel pieno della giovinezza. C’è stata davvero una specie di Concordia a metà in quell’appartamento, e l’ho messo dentro Fedeltà proprio per rispettare quell’aderenza che ci siamo detti prima.

Quindi il nome, la variabile indipendente, è la verità. Il nome, che in questo caso è coincidente con un aspetto che io e te abbiamo visto come simbolico, è la variabile dipendente, e viene solo dopo. I nomi, i lemmi e la lingua si devono adattare al simbolismo che la realtà decide, e non viceversa.
Anche questo è un passaggio molto diverso dalla mia vecchia letteratura in cui io sceglievo i nomi quasi in maniera infantile per decifrare un aspetto simbolico della narrazione. In Fedeltà avviene il contrario.

Viene allora da chiedersi se anche la precisione assoluta con cui vengono descritte la fisioterapia e le manipolazioni che fa Andrea, abbia della fedeltà nei confronti del reale.

Tutto scientificamente vero. Lo stato d’animo di mia moglie che mi ha rivelato di questo fisioterapista che la faceva sentire bene, e che avevo già intuito la facesse sentire bene, perché martedì lei tornava a casa non depredata fisicamente ma ricaricata, beata, felice. Le parti del corpo toccate e i soldi spesi, i centimetri di pelle arraffati da lui, al confine del senso di adulterio, tutto è vero. È tutto vero, vero il posto, i luoghi, le atmosfere, come avveniva la liturgia, il suo senso di preparazione, di eccitazione, il mio senso quasi di profanazione di una moglie, voluta quasi. Io assistevo a questa cosa perché lei me la raccontava col suo senso di beatitudine. E’ tutto vero, tutto tutto vero.



“Ho cambiato tutto il libro in presa diretta, perché fosse allineato con la verità. In Fedeltà non c’era niente di magico e c’era tutto di vero.”



In Fedeltà c’è molto spazio per gli autori: Irène Némirovsky, Dino Buzzati, Andre Dubus. Succedeva anche in Atti osceni. Tu Inserisci sempre tanta letteratura nella tua letteratura. Di cosa si tratta: un tributo, un’esigenza narrativa, una collezione di santi patroni?

Forse si tratta di una forma di immaturità letteraria. A volte i santi patroni o i punti di riferimento vanno inseriti all’interno della prosa, invisibilmente. Invece, in questo caso, sono ricaduto nella tendenza di Atti osceni in luogo privato, quando ho citato delle opere, degli autori che per me erano imprescindibili. Questa volta l’ho fatto in maniera molto inferiore a livello di quantità, ma pur sempre negli snodi narrativi.

E chissà, a volte penso che la letteratura sia talmente intrecciata alla mia vita che non ne possa fare a meno, se non dichiarandola. Però la prossima volta dovrei impastarla all’interno della prosa di modo che non si veda minimamente, sarebbe un modo più elegante, chi lo sa. Però molte volte gli autori citati e dichiarati permeano in maniera più violenta le vite dei personaggi come se fossero degli ostacoli da superare per la loro gigantesca presenza. Non a caso Anna all’interno di Fedeltà, quando nella seconda parte compie delle svolte importanti, smette di leggere e di non rapportarsi più con Dubus, Némirovsky, con nessuno di loro e va per la sua strada.

Visto che riguardo Fedeltà tutti ti chiedono sempre di Milano, io vorrei invece domandarti di Rimini. Quanto è stato importante inserire la tua città in Fedeltà e quanto è per te importante che alla fine Sofia torni a Rimini invece di rimanere a Milano, che è la tua città d’adozione?

Torniamo in quella specie di viaggio che ci siamo detti all’inizio, per cui ho cominciato da terre lontane per arrivare poi alla mia terra, che è anche l’intimità. In questo caso lavorare su Rimini è stato forse il punto principale, più intimo da quando ho iniziato a scrivere, non solo questo libro, ma in generale opere di narrativa. Sì, è stato il mio punto più intimo, non sapevo come trattarlo, ho cercato di togliergli tutti gli stereotipi lavorando sul mio quartiere popolare, quello dell’INA casa, facendo capire che molto spesso anche nei quartieri lontani dai clichè riminesi sia arrivato Fellini e tutto il resto.

E questo è quello che ho tentato di fare, cercando di farla mia più fedelmente possibile – a proposito del titolo. E quando Sofia va via da Milano e torna a Rimini, questo è un po’ il moto perpetuo che tutti noi della provincia riminese abbiamo: tornare, tornare, tornare. Anche quando siamo felici di restare in un nuovo posto che abbiamo trovato, abbiamo sempre il moto di tornare.

Per finire: Carrère o Houellebecq?

Eh, è durissima (ride NDR) perché sto per… forse sto per produrre una infedeltà: sono partito Carreriano, ma mi sa che mi sto ritrovando Houellebechiano.

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