Tradurre Franzen: 5 Tips di Silvia Pareschi

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Silvia Pareschi traduce letteratura angloamericana da vent’anni, principalmente per Adelphi, Einaudi e Mondadori. Oltre all’intera opera di Jonathan Franzen, ha tradotto autori come Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz, E. L. Doctorow, Denis Johnson, Nathan Englander, Julie Otsuka, Shirley Jackson, Amy Hempel, Annie Proulx. È autrice di I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani (Giunti), una raccolta di racconti e reportage ambientati negli Stati Uniti. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata.



Che tipo di percorso ti ha portato a diventare traduttrice?

Sono passati vent’anni. Dopo una laurea in lingue mi sono destreggiata fra vari lavoretti prima di approdare alla scuola Holden di Torino. È stato lì, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, che sono stata notata dalla docente, Anna Nadotti, la quale mi ha segnalata alla casa editrice Einaudi. Una prova di traduzione difficilissima (le prime pagine di Suttree, di Cormac McCarthy), un primo incarico impegnativo (The Orchard Keeper, sempre di McCarthy), e poi una telefonata: “sospendi tutto, c’è un libro molto importante in arrivo, bisogna fare prima quello”. Era The Corrections. Per quella traduzione ho lavorato a stretto contatto con l’editor, Marisa Caramella, che mi ha seguita da vicino e mi ha insegnato molto di quello che so.

Quanto conta poter avere un rapporto diretto con l’autore che devi tradurre?

Conoscere l’autore di persona non credo che conti molto. Quello che conta, per me, è cercare di stabilire una comunicazione, soprattutto quando ho domande o dubbi su qualche aspetto della traduzione. Un tipo di contatto che trovo senz’altro utile e a volte anche gratificante, quando capita che gli autori, grazie alla traduzione, scoprano qualcosa di nuovo nel loro stesso testo, qualcosa a cui non hanno pensato, perché certe cose che per loro sono naturali vengono ricreate nella traduzione attraverso una riflessione sulla lingua che può far apparire le loro parole sotto una luce diversa.

Con alcuni di questi autori, poi, il dialogo a distanza è sfociato in uno o più incontri, e con Jonathan Franzen anche in un’amicizia, dopo che gli ho fatto da interprete durante un viaggio in Italia dal quale è nato il reportage Emptying the Skies (che in italiano è diventato il saggio Cieli silenziosi, pubblicato nel volume Più lontano ancora). Ritrovarsi faccia a faccia con un autore che ho tradotto è per me un’esperienza leggermente imbarazzante ed esaltante nello stesso tempo, perché per tutto il tempo sono consapevole del fatto che tra noi esiste un rapporto particolare e unico, che per me consiste principalmente in una grande responsabilità: quella di rendere la sua voce in un’altra lingua.

Quelli di Jonathan Franzen sono libri che hanno delle peculiarità che li distinguono da quelli di altri autori che hai tradotto?

Ogni autore ha il suo stile, ovviamente, e ogni libro le sue peculiarità. Nel caso di Franzen, il suo realismo sociale (o “realismo isterico”, per usare la definizione coniata da James Wood, che l’aveva usata inizialmente per riferirsi a Denti bianchi di Zadie Smith) si esprime in uno stile dai paragrafi lunghi e complessi, cosa piuttosto rara negli scrittori americani che in genere preferiscono frasi brevi e strutture paratattiche. I suoi romanzi hanno una costruzione raffinatissima, con un abile uso del cambiamento di punto di vista, del discorso indiretto libero e del flusso di coscienza. La sua attenzione a ogni aspetto della contemporaneità, a ogni dettaglio, a ogni sfumatura sociologica si riflette naturalmente nella lingua, che Franzen lavora con un’estrema, meticolosa attenzione alle minime sfumature, oltre che con un orecchio sensibilissimo alla ritmica della lingua contemporanea, che gli permette di ricreare perfettamente la voce di ogni personaggio e del gruppo sociale a cui appartiene.

Il traduttore ha il difficile compito di dover modulare la propria voce a seconda dell’autore che deve affrontare. Come hai trovato la voce adatta per Jonathan Franzen?

Jonathan Franzen
photographed for seven by Jonathan Fantini

La voce dell’autore la sento mentre lo sto traducendo, e la ricreo attraverso un processo di graduale avvicinamento che passa attraverso le varie stesure e riletture. Si va da un iniziale approccio esitante, come un corteggiamento nelle sue prime fasi, alla costruzione di una conoscenza e di un solido rapporto, come con un vecchio amico. Con scrittori che conosco bene, penso soprattutto a Franzen e a Denis Johnson, dei quali ho tradotto parecchi libri, ogni volta il rapporto si ricrea immediatamente, come se rimettessi piede in una casa che conosco bene e sapessi fin da subito come muovermi.

Tre cose che fai prima di iniziare a tradurre un romanzo e la prima quando hai finito.

Prima di cominciare a tradurre un libro, se si tratta di un autore che non ho mai tradotto, la prima cosa che faccio è leggere i suoi libri precedenti, in inglese se non sono stati tradotti o in italiano se qualcun altro li ha tradotti prima di me. In realtà non faccio molto altro. La prima cosa che faccio quando ho finito? Contare le cartelle!



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