Tradurre Roberto Bolaño: 5 Tips di Ilide Carmignani

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Ilide Carmignani svolge da venticinque anni attività di consulenza, editing e traduzione dallo spagnolo per le maggiori case editrici italiane. Fra gli autori tradotti: Bolaño, Borges, Cernuda, Cortázar, Fuentes, García Márquez, Neruda, Onetti, Paz, Sepúlveda, Soriano. Nel 2000 ha vinto il Premio di Traduzione Letteraria dell’Istituto Cervantes, nel 2013 il Premio Nazionale di Traduzione del Ministero per i Beni Culturali, e nel 2018 il Premio “Bodini” per la sua nuova traduzione di “Cent’anni di solitudine”. Dal 2000 cura gli eventi sulla traduzione letteraria per il Salone del Libro di Torino (l’AutoreInvisibile) e dal 2003 organizza, insieme al prof. S. Arduini, le “Giornate della Traduzione Letteraria”. Ha pubblicato Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa 2008.


Per iniziare vorrei chiederti come hai iniziato questo mestiere e come ti sei imbattuta in Roberto  Bolaño.

Ho tradotto il mio primo libro appena laureata: un ricercatore aveva scritto un saggio introduttivo a una raccolta di poemi in prosa e cercava qualcuno che volesse occuparsi della traduzione per pubblicare un volumetto. Mi trovai così a portare in italiano Ocnos di Luis Cernuda, un piccolo capolavoro che avrebbe fatto tremare le vene dei polsi al traduttore più navigato. Sistemai un tavolo in giardino e passai tutta l’estate in mezzo ai dizionari. Non so come feci a tradurre un testo così complesso e non ho mai avuto il coraggio il rileggere la traduzione, che poi uscì da Marietti nella collana di “In forma di parole”. L’esperienza però fu bellissima. Talmente bella che decisi, se una cosa così si può decidere, di trasformarla in lavoro. Seguii uno special course di traduzione alla Brown University, negli Stati Uniti, mi cercai qualche libro da proporre e bussai alle porte di svariati editori a Milano. Rifiutarono tutte le mie proposte (sbagliatissime in tutti  modi in cui una proposta può essere sbagliata) ma mi fecero fare una prova e da lì non ho più smesso di tradurre.

Bolaño lo sentii nominare per la prima volta verso la fine degli anni Novanta, al Salón del Libro Iberoamericano che Luis Sepúlveda ha generosamente organizzato per molto tempo a Gijón. Bolaño sarebbe dovuto venire ma poi, per qualche motivo, non venne. Fu il primo “disincontro”. Ricordo che, sulla via del ritorno, a Barcellona, mi comprai Estrella distante e che mi piacque davvero molto, anzi dire che mi piacque non basta, mi  rimase dentro come qualcosa che continua in silenzio a lavorare, a scavarti senza posa la terra sotto i piedi. L’incontro con una scrittura che fa invecchiare di colpo tutto i libri che hai letto è perturbante. Comunque, rientrata in Italia scoprii che Angelo Morino stava già pubblicando Bolaño da Sellerio e a malincuore ci misi una pietra sopra. Dovevo accontentarmi di leggerlo, che non è poco. Ci fu poi un secondo disincontro, al nostro Salone del libro. Morino, con cui ero in rapporti cordiali, mi aveva invitato a cena e nel pomeriggio a sorpresa mi chiamò allo stand Sellerio. Era con Bolaño: ricordo quella faccia triangolare così spagnola, gli occhiali, i capelli spettinati da un vento inesistente (come ha detto non so più chi). Speravo che Morino mi presentasse, ma appena mi vide mi venne incontro, mi disse che doveva cancellare il nostro appuntamento e si congedò. Forse Bolaño era già troppo malato. A volte quel disincontro così ravvicinato mi brucia ancora, a volte invece sono grata al destino che me lo ha fatto almeno vedere in faccia. Da allora lo inseguo come posso chiedendo a tutti quelli che l’hanno conosciuto di dirmi  di lui: la moglie che mi confida come l’aveva abbordata la prima volta, una traduttrice canadese che mi racconta di una sera passata a tradurre in inglese parolacce messicane…. Sono anche andata a bere un café con leche nel suo bar del DF e una birretta in quello del Raval. Una cosa un po’ sentimentale, da traduttrice.

A volte quel disincontro così ravvicinato mi brucia ancora, a volte invece sono grata al destino che me lo ha fatto almeno vedere in faccia. Da allora lo inseguo come posso chiedendo a tutti quelli che l’hanno conosciuto di dirmi  di lui



L’opera di Bolaño è caratterizzata da un affastellamento di piani diversi, dal saggio, all’esplosione immaginifica, dal gusto per il romanzo classico alla scrittura di genere. Tradurlo è più affidarsi alla corrente, o scalare una parete senza appigli?

Ho iniziato a tradurre Bolaño dalla fine,  da 2666, un romanzo-mondo fatto di cinque romanzi che è la summa sia stilistica sia tematica della sua opera, quindi in pratica sono stata costretta ad affrontare di buon principio l’intero campionario delle difficoltà del Nostro, perché dentro 2666 c’era già tutto, perfino come generi: il romanzo di formazione, il noir, il romanzo filosofico, l’autobiografia, il romanzo giornalistico, il romanzo accademico, la poesia… anche se ogni genere è come svuotato dall’interno e trasformato in altro, Bolaño non era tipo da obbedire a codici letterari precostituiti, praticava sistematicamente la disobbedienza. Da allora, curada de espanto, mi affido alla corrente, con un filo di inquietudine perché in quelle acque non si tocca (come si fa a toccare il fondo di una scrittura così?) e se ne esce esausti. Mi torna in mente il sogno di Hans Reiter, in 2666, quando viene trascinato a valle dalla corrente del Dnepr, e ogni tanto, soprattutto la notte, risale in superficie e fa il morto, per poter riposare o forse dormire cinque minuti, mentre il fiume si sposta incessante con lui fra le braccia.

Hai tradotto sia il Bolaño poeta che il Bolaño romanziere, prosatore. Oltre le ovvie differenza tra poesia e prosa, hai notato particolari elementi tecnici che innesca nelle due diverse modalità di scrittura?

Non saprei, noto solo un ermetismo quasi provocatorio che negli anni sfuma. Bolaño stesso ripeteva che ammirava il coraggio del giovane che era stato perché non gli importava nulla di essere capito. In linea di massima, vedo una grande continuità tra versi e prosa, non a caso l’Università sconosciuta, il ponderoso volume in cui Bolaño ha raccolto tutta la sua poesia, ospita un grandissimo numero di prose e accoglie addirittura un racconto, lo stesso che troviamo ne Lo spirito della fantascienza. Prose poetiche che potrebbero essere frammenti di romanzi, perché anche nei romanzi irrompe a volte il tono lirico fra surreale e beat. Parallelamente ci sono poesie molto narrative. Capita addirittura di leggere due versioni dello stesso materiale letterario, una in versi e una in prosa: penso ad esempio a Los Neochilenos e a I detective selvaggi oppure alla poesia Il Verme nei Cani romantici e al racconto Il Verme in Sepolcri di cowboy, che uscirà da Adelphi il prossimo gennaio. Anche il ricorso a una sorta di rifrazione narrativa, tramite pluralità di voci, è presente sia nella fiction, per esempio I detective, sia nella poesia, per esempio L’università sconosciuta. Ho la sensazione che paradossalmente Bolaño quando attinge a materiale autobiografico tenda a evitare la prima persona, mentre quando racconta in prima persona tenda a evitare il materiale autobiografico; immagino che voglia prendere le distanze, forse è un gioco ironico o paura del cursi.  Ma sto divagando. E naturalmente potrei sbagliare, sono solo impressioni superficiali che ho avuto traducendo.

I romanzi di  Bolaño sono un raro esempio di opera letteraria coesa, piena di rimandi interi, quasi un unicuum. Tu hai tradotto opere della sua maturità, come i “Dective selvaggi”, così come opere giovanili e inedite come “Lo spirito della fantascienza”. Mentre lavori percepisci questa serie di rimandi – testuali ma soprattutto emotivi – come una mappa che ti guida? Verso dove?

La mappa è vastissima e per di più è un frattale. C’è un tale intreccio intertestuale in Bolaño che quando trovo un rimando non sono mai sicura da quale libro arrivi, anche se i quattordici che ho tradotto dovrei conoscerli abbastanza bene; per fortuna posso indagare con mezzi elettronici. Il rimando non si presenta solo sotto forma di personaggio o di vicenda che torna e ritorna con varianti, ma anche sotto forma di pagina, di frase, di singolo sintagma autoriale che, come traduttrice, mi chiama a mantenere una coerenza interna assoluta. Non so dove mi guidi la mappa, so solo che è una mappa finita, Bolaño è morto, e mi dispiace che non abbia avuto il tempo di scrivere la storia d’amore di Lalo Cura e Rosa Amalfitano. In un’intervista rilasciata poco prima di morire diceva: «Il silenzio della morte è il peggiore di tutti i silenzi, perché (…) tronca di netto ciò che avrebbe potuto essere e non sarà mai, ciò che non sapremo mai. Non sapremo mai se Büchner sarebbe diventato più grande di Goethe oppure no; io credo di sì, ma non lo sapremo mai. Non sapremo mai che cosa avrebbe potuto scrivere Büchner a trent’anni. E questo si allarga sulla terra come una macchia, come una malattia atroce che in un modo o nell’altro mette in scacco le nostre abitudini, le nostre più radicate certezze».

A proposito di inediti, la mole di sue opere inedite sembra non conoscere fine. Su cosa stai lavorando adesso?

Sto rileggendo le bozze di Sepolcri di cowboy e traducendo l’Università sconosciuta per SUR. Non so quali altri inediti ci riservi il futuro. D’altronde ha cominciato a scrivere giovanissimo – anche se ha pubblicato molto tardi, pochi anni prima di morire – e ha sempre scritto e scritto e scritto. Chi ha visitato la mostra che gli hanno dedicato sei anni fa a Barcellona avrà visto le pile di quaderni, le pagine fitte di una calligrafia ordinatissima (e a fianco le copie dattiloscritte dei quaderni) e là in mezzo avrà visto anche un tovagliolino di carta di un bar del DF che Bolaño aveva conservato, a distanza di trent’anni e di chissà quanti traslochi in due continenti, per salvare dall’oblio quattro versi scritti da ragazzino.

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