Tradurre Antonio Lobo Antunes: 5 Tips di Vittoria Martinetto

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Vittoria Martinetto è docente di Letteratura Ispano-americana all’Università di Torino, ha scritto due libri (uno sulla Cronachistica delle Indie, uno sullo scrittore argentino Manuel Puig) e un discreto numero di saggi e articoli pubblicati in riviste italiane e straniere. Fa parte del comitato di redazione de “L’Indice dei Libri del Mese” recensendo libri di area ispanica. Parla quattro lingue ma, a parte due eccezioni (le lezioni americane di Borges, dall’inglese, e un Simenon, dal francese), ha tradotto narrativa dallo spagnolo e dal portoghese per le maggiori case editrici italiane. Fra gli autori tradotti dallo spagnolo le piace menzionare Jorge Luis Borges (ancora lui), Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar, Osvaldo Soriano, Rodrigo Rey Rosa, Alejo Carpentier, Rita Indiana. Dal portoghese è orgogliosa di tradurre António Lobo Antunes da nove romanzi a questa parte.


1 – Sei professore associato di Lingua e Letterature Ispanoamericana all’Università di
Torino, oltre che traduttrice. Hai tradotto veri e propri mostri sacri come Soriano, Borges,
Vargas Llosa. Come sei arrivata alla letteratura portoghese?

Per puro caso. Avevo accompagnato il mio mentore e amico, poi collega, Angelo Morino (grande intellettuale italiano purtroppo scomparso nel 2007, per me ancora oggi il miglior traduttore di narrativa ispano-americana che abbiamo avuto in Italia, consulente di grandi case editrici italiane, scopritore di molti autori, fra i quali Bolaño, giusto per fare un nome cult) a Rio de Janeiro, invitati dallo scrittore argentino Manuel Puig che abitava lì negli anni Ottanta. Mi era piaciuta quella città, avevo fatto molte amicizie e ci sono tornata, anche per lunghi periodi, in seguito. Ho, quindi, imparato il portoghese ‘per strada’ e leggendo, senza davvero studiarlo. Ma come sempre dico, più lingue si conoscono, più è facile apprenderne di nuove. Io parlavo inglese, francese e spagnolo. Il portoghese è arrivato facilmente.

2 –  Una domanda per iniziare con Lobo Antunes in punta di piedi: come è arrivato sulla tua strada? 

Una volta saputo che conoscevo il portoghese, le case editrici con le quali collaboravo già per lo spagnolo (Einaudi, Mondadori, Adelphi) mi chiesero consulenze in quell’area. Cominciai a fare editing su traduzioni altrui, a leggere romanzi di area luso-brasiliana e mi venne chiesto da Mondadori di tradurre il romanzo di Chico Buarque de Hollanda Estorvo (Disturbo), cosa che feci (l’autore, che sapeva l’italiano, lodò la mia traduzione. La mia fortuna fu che il romanzo, ambientato a Rio, era costellato di espressioni gergali che conoscevo bene, mentre i traduttori nelle altre lingue, specialisti di portoghese peninsulare, avevano avuto difficoltà…). Tutto qui. Perciò, quando Einaudi mi propose As naus di Lobo Antunes, decisi di rifiutarlo, non solo perché lo trovavo molto difficile, ma anche perché ero insicura, a mia volta, con il portoghese peninsulare… La mia fortuna, in questo caso, fu che insistettero (infatti, la loro traduttrice dal portoghese, Rita Desti, che in seguito ha tradotto parte dell’opera di Lobo Antunes, era impegnata a tradurre José Saramago). Così mi rimboccai le maniche e cominciai: alla fine della traduzione ero così felice di esserci riuscita, ma soprattutto era stato un viaggio letterario così profondo e, diciamolo, emozionante, che andai a Lisbona a trovare l’autore, diventammo amici, e da allora mi ha dato fiducia. Talvolta, in qualità di ispano-americanista, mi sento una imbrogliona come traduttrice di Lobo Antunes. Però, forse anche per questo – e perché sento profondamente il suo universo narrativo (non so esprimere esattamente quanto io capisca quello che lui vuole dire e le parole e la tecnica con cui cerca di dirlo) – mi spendo mille volte di più di quanto non farei per altri. Devo ammetterlo.

Quello che non sapevo era che si potesse tradurre e piangere, tradurre e ridere, insomma emozionarsi fino alle convulsioni mentre si è seduti a una scrivania a svolgere un lavoro professionale. Non mi era capitato con nessun autore prima di lui.

3 – Lobo Antunes padroneggia uno stile particolare, in cui i piani narrativi si stratificano e si alternano, e il narratore a volte passa dalla prima alla terza persona. Come gestisci questi salti – da traduttrice e da lettrice?

Devo dire che la presunta difficoltà della prosa di Lobo Antunes, se è questo che intendi, è da sfatare. Perché lui è talmente bravo a gestire letterariamente questi salti e stratificazioni che se ci si lascia guidare, se ci si abbandona al suo flusso narrativo, si capisce senza alcuno sforzo tutto ciò che intende esprimere e che può esprimere solo in quel modo impressionistico e visionario che sta molto dentro e al contempo al di là delle parole, come in poesia. Basti pensare alla costante antropomorfizzazione degli oggetti: una volta che la si conosce, certe immagini non stupiscono più, anzi. Ci si trova a casa. Ci si dice: eccolo qui, inconfondibile! Non distinguerei, poi, una me lettrice da una me traduttrice di Lobo Antunes, perché anche se quella del traduttore è una lettura creativa che diventa prodotto, è – e rimane – solo una fra le molte letture possibili di quel libro. Una lettura attenta e appassionata, certo, ma una lettura (in un mondo ideale, di ogni testo dovrebbero esserci più traduzioni e il lettore dovrebbe poter scegliere quella che più sente consona. Solo il testo originale, come si sa, è definitivo, mentre non lo sono le sue traduzioni). Sono dell’idea, infine, che non si dovrebbe mai tradurre un autore che non si leggerebbe per puro piacere! So che qualcuno lo deve fare per denaro, d’accordo. Ma per fortuna non è il mio caso.

4 – Traduci Lobo Antunes dalla fine degli anni ’90, l’ultimo suo romanzo a cui hai prestato la voce è recentissimo, del 2018. Come hai visto evolversi questo maestro della letteratura in tutto questo tempo? 

Non sono stata la sua unica traduttrice. Rita Desti ha quasi tradotto altrettante pagine, però è vero che da un po’ a questa parte lo sono esclusivamente io, anche perché era giusto distinguere bene le due voci di Saramago e di Lobo Antunes (due autori incompatibili, letterariamente e nella vita). Io ho tradotto gli ultimi romanzi, è vero, salvo un ritorno indietro (al suo terzo romanzo, cronologicamente) con Spiegazione degli uccelli. È indubbio che nel tempo le sue caratteristiche stilistiche hanno acquistato ulteriore complessità, come se l’autore fosse consapevole di rivolgersi a una cerchia di lettori già assuefatti o allenati a certi ermetismi e intemperie narrative. Il suo pubblico non è vasto (quantomeno in Italia) ma tenace e appassionato, oserei dire stregato dalla sua scrittura. Quindi, è vero che ultimamente Lobo Antunes chiede molta partecipazione attiva, ma è qualcosa che i suoi lettori si aspettano. È indubbio, comunque, che se si percorrono cronologicamente i suoi romanzi, si nota che all’inizio l’autore forniva ancora qualche punto di riferimento (nome di chi monologa a inizio capitolo, date, luoghi, piani di realtà distinguibili) e oggi non più. Ma chi lo segue da sempre non ha problemi. A chi mi chiede da cosa cominciare, tuttavia, io consiglio sempre In culo al mondo, La morte di Carlos Gardel o L’ordine naturale delle cose, e ci andrei piano con Arcipelago dell’insonnia o Non è mezzanotte chi vuole

5 – Tre cose che hai imparato da António Lobo Antunes e che prima non sapevi. 

Che domandona, accidenti. Magari avessi davvero imparato qualcosa da Lobo Antunes: invece di tradurre, scriverei romanzi! Scherzi a parte, come traduttrice ho allenato ancora di più la pazienza, il controllo ossessivo dei significati letterali e di quelli possibili, ulteriori, contenuti nella polisemia compulsiva della sua lingua. Io che sono di natura impaziente, mi ritrovo così a fare un utilissimo esercizio zen. Quello che non sapevo era che si potesse tradurre e piangere, tradurre e ridere, insomma emozionarsi fino alle convulsioni mentre si è seduti a una scrivania a svolgere un lavoro professionale. Non mi era capitato con nessun autore prima di lui. Per questo continuerò a spendermi: perché ogni libro è un viaggio indimenticabile (passatemi l’eccesso di sentimentalismo). Infine, mi sono accorta che sento la sua lingua perché, ogni volta che lo sto traducendo, mi ritrovo a scrivere per me stessa con una prosodia simile, come se continuasse a guidare la mia mano. Per riassumere in tre parole, quindi: pazienza, sentimento, scrittura.

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