Lo sviluppo creativo di un’idea – 5 consigli di Alessandro Di Pauli

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Che cos’è lo sviluppo creativo di un’idea? Come si trasforma un’intuizione in un progetto coerente, ben realizzato e pronto per il mercato? (spoiler: lavoro, lavoro e ancora lavoro). Ci offre 5 consigli Alessandro Di Pauli, sceneggiatore, scrittore ed esperto di progettazione e sviluppo creativo.


  1. Ciao Alessandro, benvenuto su Cartografia. Ricordo di averti conosciuto guardando Felici ma Furlans, la tua prima web serie, e di essere rimasto colpito da un dettaglio: per realizzarla l’hai dovuta prima trasformare in uno spettacolo teatrale, così da poterla finanziare grazie allo sbigliettamento. Ti va di raccontarci questa trasformazione e di come hai avuto questa idea? 

Alessandro – FELICI MA FURLANS nasce da un lunghissimo processo di progettazione e di confronto sulla cultura friulana intrapreso con il co-autore e ideatore Tommaso Pecile. Preciso questo elemento, che per me è molto più di un dettaglio: ovvero la totalità dei progetti in cui sono coinvolto sono progetti realizzati in team. Non mi piace infatti lavorare da solo, perché quando sono solo sono meno intelligente, meno divertente e meno efficace. Quando sono in compagnia, infatti, le mie mancanze si notano di meno.

La produzione culturale tende ad essere autoreferenziale e stantia, soprattutto quando è guidata dal botteghino o dal mercato, che sono due modi per dire la stessa parola: denaro. Quando si crea un’idea si tende a pensare: come verrà accolta dal nostro pubblico? Chi la finanzierà? Esistono delle best practice già consolidate che possono ispirarci? Che cos’è una best practice?


Raramente si procede nella realizzazione di un’idea nella modalità “farla fuori dal vaso” o con il metodo che ho personalmente denominato “crea il problema, poi risolvilo” che sembra apostrofare la massima di Samuel Beckett “first dance, then think”. FELICI ma furlans nasce proprio da questo genere di premesse, ovvero dalla domanda: che cos’è che non esiste? Di cosa abbiamo bisogno ma che non riusciamo ancora a formulare come bisogno? Sarebbe interessante sapere cosa avrebbe risposto Freud a quest’ultima domanda.
Riguardando e ripensando lo sviluppo creativo della serie ho come la sensazione che nessuna di queste elucubrazioni mentali venga percepita dal pubblico o emerga in modo evidente. Non si nota proprio. E sono orgoglioso di questo. Perché una buon ragionamento è come un buon veleno: nella dose giusta, ha effetti devastanti, ma non se ne trovano le tracce.


Ritornando alla domanda: avevamo creato il problema (ovvero ideato la serie) e dovevamo risolverlo (ovvero farla produrre). Come fare? NESSUNO CREDEVA IN NOI. Lo scrivo in maiuscolo perché si percepisca l’impatto sonoro delle porte che venivano sbattute davanti ai nostri musi di giovani intraprendenti sceneggiatori. NESSUNO. Anzi in molti ci hanno dissuaso dal realizzare la nostra idea perché (ti prego mettilo come citazione virgolettata e riporta anche il fatto che ti prego di mettere la frase come citazione):
“Se una serie web ambientata in Friuli non esiste ci sarà un motivo”
Leggete bene questa frase. Soffermatevi sulla lungimiranza e profondità dei concetti che racchiude in sé… è con questo spirito che l’Australopitecus ha rinunciato alla collaborazione con l’Homo sapiens sapiens per la realizzazione del prototipo di un comodo mezzo di trasporto: mi riferisco al fantomatico progetto “ruota”. (potrebbe non essere vero)

Ricapitolando: avevamo l’idea, avevamo le sceneggiature, avevamo la convinzione che la cosa funzionasse, ma soprattutto avevamo la profonda sfiducia dell’ambiente culturale attorno a noi. Potevamo scegliere se gettare la spugna o pensare fuori dalla scatola. Volete sapere una curiosità? Non avevamo nemmeno la scatola. Eravamo così giovani ed inesperti che l’avevamo buttata via assieme alla garanzia del prodotto.
Quindi abbiamo pensato: e se presentassimo al nostro pubblico una serie che non esiste e che probabilmente non esisterà mai? Sounds crazy… alla fine abbiamo prodotto due stagioni.

“Se una serie web ambientata in Friuli non esiste ci sarà un motivo”.

2. Parlando di progettazione creativa e sviluppo creativo, credo che una delle componenti più importanti sia la flessibilità. E l’esempio di Felici ma Furlans direi è emblematico. Come ti approcci a un progetto quando in corso d’opera devi modificarlo per una richiesta specifica della committenza, o perchè varia il medium su cui quel progetto verrà veicolato? 

Alessandro – Volevo scriverti che non avrei risposto a questa domanda perché non mi ero preparato. Ed è vero.Ti giuro. Non sono una persona flessibile e arrivato a 41 anni posso facilmente prevedere che non verranno intitolati monumenti, piazze o borse di studio dove al mio nome viene associata la parola flessibilità. Mi piace studiare, analizzare, elaborare delle strategie, prevedere vari scenari, pianificare e attuare. Soprattutto mi piace valutare differenti opzioni operative a seconda dei problemi che si vengono a creare. Questo l’ho appreso soprattutto stando sul set. Un set cinematografico è un generatore di problemi. I problemi legati allo sviluppo creativo del film causano contrattempi e i contrattempi generano perdite di denaro per la produzione.Avere un piano A, uno B e uno C è fondamentale soprattutto quando si è fautori di un’idea. Ma c’è una considerazione che va aggiunta: A non è > di B e B non è > C.

È fondamentale che i piani alternativi non siano seconde scelte, ma devono essere prime scelte parallele. Questo è l’unico modo per non scendere a patti con l’imprevisto e instaurare un gioco al ribasso che ha come prezzo finale la considerazione che abbiamo di noi stessi e di quello che facciamo. No, devi sempre rilanciare perché, citando Ed Catmull e il suo meraviglioso libro Creativity Inc., la qualità non va mai messa in discussione

Felici ma Furlans – 1a Stagione

3. Tu sei friulano e ti sei formato a Barcellona, due realtà diversissime ma che hanno nella lingua una forte componente identitaria. Tu stesso scrivi e realizzi molte opere in friulano. Come si è fatta strada in te l’idea di realizzare testi teatrali e sceneggiature spettacoli teatrali e web series in friulano e quanto è come è stato recepito questo approccio dal pubblico? 

Alessandro – Qualche mese fa sono andato a vedere uno spettacolo teatrale, un’opera corale con più di 10 interpreti in scena, in lingua slovena.Qui le novità sono due: finalmente più di un attore in scena (basta monologhi please!) e la lingua slovena. Io parlo diverse lingue (tutte contemporaneamente, citando Paolo Rossi), ma non lo sloveno. Si apre il sipario. Attori ed attrici entrano in scena ed iniziano a vivere, in modo suggestivo e carnale, la loro epopea. Purtroppo i sovratitoli (la versione dei sottotitoli ideata da chi vuole abolire la proprietà privata e sopprimere l’economia di mercato) erano totalmente sfasati. Immagino che la persona addetta ai sovratitoli avesse un problema molto forte legato alla gestione del software o dell’LSD. Fatto sta che ad un certo punto ho smesso di leggere la traduzione delle battute perché mi facevano perdere il filo del discorso di ciò che accadeva in scena.

Lì ho capito che stavo assistendo ad un’opera ben fatta, il cui sviluppo ideativo e creativo. Non avevo bisogno delle parole. Bastavano i corpi, i suoni, le azioni. Spolvero una vecchia massima: se il tuo spettacolo teatrale può essere apprezzato anche da un sordo o da un cieco, allora il tuo spettacolo funziona. Nell’ideazione di un testo drammatico il linguaggio è principalmente musica ed identità, entrambe al servizio di un dramma (ovvero di un’azione). Le parole non sono il messaggio, lo accompagnano, con musicalità e identità. A questo punto della risposta dovrei inserire una battuta, è da molte linee che non scrivo qualcosa di ironico. Ho percepito qualcosa di strano in questa risposta ed ho riletto la domanda. Poi ho preso i miei ferri del mestiere ed ho vivisezionato quella domanda. Al suo interno ho trovato un elemento interessante… oltre ad una scarpa e ad un cartello stradale.

La domanda che mi poni inconsciamente chiede: come mai stai scrivendo un testo in friulano (o in catalano) e non in italiano? Ecco dove sta il problema. La domanda è fuori dal tempo. L’italiano non è più una lingua veicolare. Non è l’opzione principale. Non lo è nell’attuale panorama globalizzato dell’intrattenimento. L’italiano è lingua identitaria. Come friulano, sardo, siciliano… L’inglese è veicolare. Il cinese è veicolare. Il camion è un veicolo. Quindi scrivere in italiano, spagnolo, friulano, catalano… in questa società dello spettacolo globalizzato (il palco è diventato Youtube, Netflix, HBO…) ha peso equivalente. Ci sono solo 2 domande che il drammaturgo o drammaturga si deve fare quando si tratta di linguaggio: – la lingua utilizzata è funzionale al conflitto? – abbiamo aggiornato il software dei sovratitoli?

(del linguaggio come mezzo, e dell’importanza della traduzione avevamo parlato anche con Vittoria Martinetto)

Credit foto di Giovanni Boscolo dal set di BUIO 1981 una fiaba cupa raccontata nell’oscurità

4. La narrazione oggi copre campi che prima non immaginavamo potessero essere investiti dalla narrazione. Occupandoti di progettazione e di sviluppo di idee creative, quali sono i campi più distanti che hai dovuto mettere insieme? Quali consigli di scrittura e ? 

Alessandro – Per me tutto è drammaturgia. Tutto è narrazione. Ogni gesto che noi compiamo delinea i tratti del nostro racconto. In questo seguo le orme degli assiomi della comunicazione della Scuola di Palo Alto. Ma è vera anche un’altra prospettiva. La nostra mente tende a trovare la narrazione anche dove non c’è intento narrativo. Vediamo storie, personaggi, conflitti anche dove non ci sono perché la nostra mente è programmata per organizzare il kaos dell’esistenza secondo l’ordine rassicurante di una storia. Queste considerazioni si rifanno a Schopenhauer e al suo concetto di rappresentazione oppure a Sartre e alla sua concezione dell’essere umano come un Dio mancato, che popola il mondo di significati.

Da questa prospettiva: una locandina è una storia, un sito è una storia, un vestito è una storia… e così all’infinito. Ma attenzione, c’è un mistero che separa il nostro desiderio di raccontare e l’intelletto dei gli spettatori affamato di racconti. I due sistemi, il narratore e l’ascoltatore, sono separati, distanti, lontani. Non coincidono mai! Uno è il fenomeno e l’altro è il noumeno. Uno è l’immagine del prodotto, l’altro è quella roba che ti arriva a casa e che ti fa esclamare: “Ho davvero speso 19.99€ per questa porcheria?”. Quando ci occupiamo di sviluppo creativo, di raccontare una storia, non sapremo mai cosa ne sarà di lei. Possiamo prevedere il suo viaggio. Ma alla fine entrerà in universo dal quale non potrà più ritornare. Spoiler: Interstellar.

(E a proposito di linguaggio e di scrittura come mistero, ci aveva detto due o tre cose Dario Voltolini QUI su Cartografia Letteraria)

Per me tutto è drammaturgia. Tutto è narrazione. Ogni gesto che noi compiamo delinea i tratti del nostro racconto. Ma è vera anche un’altra prospettiva. La nostra mente tende a trovare la narrazione anche dove non c’è intento narrativo.

5. Oltre che drammaturgo, sceneggiatore e regista tu sei anche docente e tutor di sceneggiatura. Quali consigli dai loro per mettere in pratica quello che apprendono?

Alessandro – Aggiungerei anche che una volta ho riparato un frigorifero.Lo giuro, anche io stento a crederci mentre lo scrivo. Ma è vero. Era un frigorifero diviso in due parti. Una congelatore e l’altra… frigo (non so come si dice, ma ci siamo capiti, quella parte che non va sotto zero). Il problema era che il congelatore raffreddava troppo, mentre il frigo raffreddava troppo poco. Da una parte il cibo si ipercongelava e dall’altra si pre-riscaldava. Bel problemino… la mia collezione di yogurt con pezzettoni di frutta era già data per spacciata. Poi mi sono messo a pensare…

Il congelatore era sotto il frigo, ed ho osservato come il freddo tende ad andare verso il basso. Ho fatto 1 + 1 signori. Ho fatto 1 + 1, ribaltato il frigorifero, trapanato le celle, fatto un buco nel refrigeratore mettendo in comunicazione freezer e frigo, facendo confluire l’aria fredda nella cella calda. 7 ore di lavoro. Ma sapete una cosa? Ha funzionato! Ora… nonostante questo mio successo non mi definisco un frigorista. Sapete perché?

Nella mia risoluzione del problema c’è ingegno, ma non c’è mestiere. Non c’è metodo, non c’è pulizia nell’esecuzione, non c’è confronto con altre professionalità, non c’è sviluppo creativo, né controllo dei risultati. Il mio consiglio allora è: se volete che sia il vostro mestiere, comportatevi da professionisti e fatelo diventare il vostro mestiere. Curate i dettagli, osservate quello che fanno i vostri colleghi, circondatevi da persone intelligenti, meglio se sono più intelligenti di voi, non sottovalutate nessun aspetto del vostro operato. Ma soprattutto ricordate che il motore del frigorifero tende a surriscaldarsi se l’apparato non è collocato nella giusta posizione. Esatto: principio d’incendio.

Il mio consiglio allora è: se volete che sia il vostro mestiere, comportatevi da professionisti e fatelo diventare il vostro mestiere.

BIO

Alessandro Di Pauli, nato a San Daniele del Friuli nel 1979. Si laurea in Filosofia presso
l’Università di Trieste nel 2004. Diploma Estudios Avanzados per il Dottorato in Scienze Teatrali dell’Università di Barcellona nel 2011 con una ricerca sugli episodi pilota delle tv. Fondatore del laboratorio di drammaturgia MateâriuM. Ideatore delle serie web FELICI ma furlans, TACONS & FACCHIN SHOW. Collabora dal 2014 con la Scuola Holden di Torino.


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