L’arte del dialogo – 5 consigli di scrittura di Leonardo Staglianò

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Che si tratti di scrittura per il teatro, per il cinema, per la serialità televisiva o per la letteratura, un dialogo ben realizzato è una delle componenti essenziali di una storia efficace e ben orchestrata. Non si tratta di una semplice abilità tecnica, nè di replicare quello che sentiamo dire intorno a noi mentre gli altri parlano. Scrivere un dialogo è una vera e propria arte. Ci regala allora 5 consigli di scrittura Leonardo Staglianò, sceneggiatore, scrittore e autore del manuale L’arte del dialogo.


  1. Ciao Leonardo, benvenuto. Partiamo dal tuo ultimo libro: sei l’autore di un testo estremamente interessante di consigli di scrittura, dal titolo L’arte del dialogo. Perchè un intero libro proprio su questo argomento? 

Leonardo – Ottima domanda. L’intuizione è stata dell’editore: è arrivato dalla casa editrice lo stimolo a scrivere un testo con un argomento così definito. Devo dire che ci ho pensato molto prima di impegnarmi: non ero certo di avere abbastanza da dire sull’argomento; e poi, penso sia una materia ostica, di difficile analisi. Alla fine, tuttavia, mi sono convinto che aveva senso accettare questa sfida; fra le docenze nei corsi di scrittura, i workshop di sceneggiature e le consulenze fatte negli anni, passo le mie giornate leggendo storie, e inevitabilmente anche dialoghi.

I suggerimenti che provo a dare, tanto ai miei studenti quanto agli autori con cui collaboro, sono basati sull’intuito, l’esperienza e alcuni punti fermi a cui sono giunto nel tempo; si tratta, tuttavia, di indicazioni di carattere più generale, sulla struttura della storia o sulla scoperta della natura del personaggio. Non avevo mai pensato di mettere in ordine i pensieri riguardo il dialogo, e questa è stata una splendida occasione per mettermi alla prova.

L’arte del dialogo – Leonardo Staglianò – Francesco Casati Editore

2. Quanto bisogna conoscere dei propri personaggi per poter scrivere un dialogo che funzioni? 

Leonardo – Non credo sia necessario conoscere molto bene un personaggio per scrivere un buon dialogo. Piuttosto, penso ci vogliano studio, tempo e dedizione – alla storia e ai suoi personaggi – per riconoscere un valido dialogo. A volte, le intuizioni più fertili arrivano seguendo l’istinto, divertendosi a scrivere, o anche solo giocando con il suono delle parole. La vera sfida, a mio avviso, è comprendere quali fra le parole che abbiamo scritto hanno diritto di cittadinanza in una specifica scena o storia. Per esempio, ritengo che uno degli aspetti più importanti nella definizione dell’identità di un personaggio sia il suo inconscio, ma come si può definire qualcosa che, per sua natura, è irregolare, irrazionale, emotivo? Ragionare sul personaggio può essere d’aiuto, certo; forse, tuttavia, può essere altrettanto utile far emergere il nostro di inconscio, magari scrivendo dei dialoghi senza pretese, per il puro gusto della scoperta del personaggio e della sua anima.

A volte, le intuizioni più fertili arrivano seguendo l’istinto, divertendosi a scrivere, o anche solo giocando con il suono delle parole. La vera sfida, a mio avviso, è comprendere quali fra le parole che abbiamo scritto hanno diritto di cittadinanza in una specifica scena o storia.

3. Scrivere per il teatro, per la narrativa, per il cinema. Tre mezzi che tu hai frequentato a lungo. Quale consigli di scrittura del dialogo puoi darci per questi diversi mezzi espressivi? 

Leonardo – Nel libro mescolo, di proposito, esempi che provengono da discipline diverse: letteratura, cinema, teatro, serialità televisiva. Ho preso questa decisione perché, indagando la materia, ho maturato la convinzione che esistano delle costanti nella costruzione dei dialoghi, che possiamo ritrovare nelle storie in generale, al di là della diversa fruizione.

Detto questo, vi sono delle differenze rilevanti fra queste discipline; o meglio: direi che vi sono delle potenzialità che una può esaltare e l’altra meno, o affatto. Il cinema è essenzialmente immagine: laddove l’azione, anche muta, assolve al racconto della storia, la parola è sostanzialmente superflua; se parlano, i personaggi, è preferibile avere una valida ragione narrativa, o si rischia di essere pleonastici, appesantendo inutilmente il racconto. Il teatro, all’opposto, vive di parole, eppure non dimentica mai il corpo, l’azione.

La narrativa offre allo scrittore delle armi che, a teatro, al cinema e in tv, risultano spesso artificiose, inadatte: permette di esprimere i pensieri dei personaggi, rendendo dunque meno necessarie le parole pronunciate. Permette, inoltre, di raccontarle, per via indiretta, lasciando la parola a un narratore. Detto questo, è tutto molto fluido. Woody Allen fa un larghissimo uso della voice over, e Ágota Kristóf, nella Trilogia della città di K., affida la funzione di portare avanti la trama quasi unicamente ai dialoghi. L’importante, come in tutte le cose, è capire cosa si sta facendo: essere coscienti di assecondare, o sfidare, il mezzo con cui ci si esprime. Questo credo sia tra i consigli di scrittura il più importante di tutti.

(E a proposito di consapevolezza e di capire cosa si sta facendo, avevamo detto due o tre cose QUI su Cartografia Letteraria)

David Mamet ci ricorda come la forza delle immagini – e dunque delle azioni – sia superiore a quella delle parole, e lo fa con un esempio molto banale: se, in aereo, intravediamo un film interessante nello schermo della persona seduta davanti a noi, finiamo per guardarlo anche noi, almeno per un po’, sebbene non sentiamo l’audio.

4. Il dialogo non è solo parola, ma anche corpo, oggetti e ambiente. Quanto sono importanti e come possono entrare in scena? Quali consigli daresti peril loro inserimento in scrittura?

Leonardo – Questo è un pensiero che ho sempre avuto, ma non avevo mai davvero formalizzato, prima di scrivere il libro. A un certo punto riporto, provocatoriamente, una famosa affermazione di David Mamet, che ci ricorda come la forza delle immagini – e dunque delle azioni – sia superiore a quella delle parole, e lo fa con un esempio molto banale: se, in aereo, intravediamo un film interessante nello schermo della persona seduta davanti a noi, finiamo per guardarlo anche noi, almeno per un po’, sebbene non sentiamo l’audio. Questa riflessione vale senza dubbio per le storie raccontate con le immagini, e dunque film, serie tv e, potenzialmente, anche il teatro. Tuttavia, può essere di stimolo per ragionare sul nostro rapporto con il corpo dei personaggi, l’ambiente in cui vivono e gli oggetti, animati o inanimati, con cui entrano in contatto.

Molto, anche in letteratura, può essere raccontato senza dialoghi, o addirittura senza esporre i pensieri dei personaggi, riducendo tutto agli eventi, se altamente significativi. Uno story editor francese che mi ha seguito per anni, mi raccontava spesso di un suo caro amico romanziere che, a un certo punto della carriera, si è dedicato alla sceneggiatura, per poi tornare, dopo anni, alla letteratura. Nel compiere questo percorso, gli raccontava, è come se avesse finalmente scoperto il corpo dei personaggi, in tutte le sue potenzialità. A cinema, in teatro e in tv, è quasi sempre visibile, non puoi dimenticartene. Immaginare che una certa scena, di un racconto o un romanzo, debba essere filmabile, può essere un ottimo esercizio per riflettere sulla funzione di oggetti, corpo e ambiente nella storia.

5. Ovviamente non posso esimermi dal chiederti qual è il tuo dialogo preferito (va bene anche più di una risposta). 

Leonardo – Ne avrei dozzine, ma mi limito a citarne due. La scena finale de Il petroliere, di Paul Thomas Anderson, e la scena 2 atto 1 del Riccardo III. Mi piacciono i cattivi, e in queste scene Riccardo di Gloucester, e Daniel Plainview, lo sono fino in fondo. Ma l’inganno, e la crudeltà, danno vita a due varianti opposte: una è, nonostante tutto, una scena d’amore; l’altra produce violenza, e morte.

Il Petroliere – Paul Thomas Anderson

BIO

Leonardo Staglianò

Ha scritto il dramma teatrale Cashmere, WA (2012), il lungometraggio Yuri Esposito (2013) e il saggio L’arte del dialogo (Cesati, 2019). Coordina il college International della Scuola Holden e lavora come story editor per film fund, film lab e produttori indipendenti.

Leonardo Staglianò


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