Etnografia Digitale: 5 Tips di Alice Avallone

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Alice insegna alla Scuola Holden, scrive di viaggi e fa ricerca di trend su Be Unsocial. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e osservazione in Rete per comprendere le relazioni umane e digitali: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto tre guide di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).


1 – Hai un curriculum vasto e difficilmente riassumibile – lavori da 15 anni a progetti online e offline, hai fondato portali online di successo, pubblicato libri e guide, insegni digital storytelling e collabori con molte realtà corporate. Da cosa è iniziato tutto?

Tutto è iniziato quando avevo sedici anni e ho risposto a una chiamata alle armi della biblioteca comunale di Asti, la mia città. Cercavano volontari per un festival letterario, e mi unii a loro: avevo una gran voglia di fare. Dopo un anno, dirigevo la sezione giovani dell’evento. Dopo due anni, andavo a Roma per il mio primo incarico per un progetto sul digitale tra l’allora Ministero delle Comunicazioni e Save the Children. A diciotto anni avevo molto chiaro che cosa volessi fare da grande: coinvolgere le persone da un lato, e avere a che fare con la Rete dall’altro.

Ma ancora prima, in realtà, gli indizi c’erano tutti. Alle elementari avevo inventato un giornalino di classe unico nel suo genere: ritagliavo articoli e foto dai giornali dei miei genitori, incollavo gli stralci su un foglio – fronte e retro – dopodiché fotocopiavo e vendevo. Non potendo circolare soldi, la mia moneta di scambio erano le mine delle matite colorate. Quelle più consumate, non quelle spezzate apposta. Per cinque anni avevo accumulato un tesoretto, poi successe che mia madre un giorno si arrabbiò e lo buttò tutto nel WC, ma questa è un’altra storia.

2 –  Arriviamo all’etnografia digitale – il tuo manuale “People watching in rete” è un excursus illuminante su una pratica poco nota al grande pubblico. Come ne riassumeresti l’importanza e le dinamiche in pochi elementi?

L’etnografia digitale, che eredita in parte le modalità dell’indagine socio-culturale, offre la possibilità di osservare le relazioni nei gruppo online, mappare le principali tematiche di una community in modo da organizzare una narrazione, imparare a scrivere e fare azioni di storytelling su misura per il proprio pubblico. In soldoni, si mappano i territori digitali, si osservano i comportamenti delle persone e si mettono in evidenza le ricorrenze per usarle poi come base di nuovi contenuti da veicolare per coinvolgere la propria audience.

Quando mi cimento con una nuova ricerca, rispolvero “Le sette regole dell’arte di ascoltare” della sociologa italiana Marinella Sclavi. In particolare, la quinta: “Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti perché incongruenti con le proprie certezze.” Fare etnografia digitale è sfidante, perché chiede grande apertura e curiosità insaziabile.

Quando mi cimento con una nuova ricerca, rispolvero “Le sette regole dell’arte di ascoltare” della sociologa italiana Marianella Sclavi. In particolare, la quinta: “Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili.



3 – In un contesto che venera i big data, tu ti focalizzi sugli small data. Cosa sono e perché li trovi così importanti?

Innanzitutto, perché sono più maneggiabili anche da chi non ha un background tecnologico e non smanetta con i software. Gli small data sono tracce, dati indiziari e non massivi come nel caso dei big data. Con la giusta preparazione teorica sulla metodologia etnografica, chiunque può partire alla ricerca di questi indizi etnografici: su Google Trends, attraverso le query di ricerca, o nei gruppi Facebook. È un lavoro minuzioso, spesso del tutto manuale, direi quasi artigianale. La componente umana è fondamentale.

Una delle obiezioni più frequenti sull’etnografia digitale è che si tratti di una ricerca qualitativa meno valida di quella quantitativa. Come scrivo nella parte finale del mio libro, a volte la ricerca quantitativa è il punto di partenza, altre è il corpo centrale di un report, altre ancora è del tutto marginale. E viceversa per l’etnografia digitale. Non c’è un metodo migliore dell’altro, ma ci sono casi, obiettivi e parametri che ci portano ragionare su come, se e quanto integrare i due approcci.

4 – Tre cose sorprendenti che hai imparato sugli esseri umani grazie all’etnografia digitale.

1. Che le persone non vanno mai, mai giudicate.Sospendere il giudizio è importante sul lavoro etnografico, così come nella vita reale.Ciascuno ha le proprie motivazioni per comportarsi in un certo modo, scegliere un determinato prodotto, esprimersi con un dato linguaggio.

2. Le persone in Rete tendono a rappresentare, attraverso ciò che condividono, il lato migliore di sé. Le foto che scegliamo di pubblicare, ad esempio, spesso non dicono tutta la verità. Ma non è forse ciò che facciamo anche nella vita reale, mostrarci migliori?

3. Sembra banale, lo so, ma la terza cosa sorprendente che ho imparato è che online siamo esseri umani, in carne e ossa, e non utenti. E che sono le emozioni a essere il motore di ogni nostro scambio in Rete; spesso, tra tutte, la paura.

5 – Tre cose sorprendenti che hai imparato su internet, sempre grazie all’etnografia digitale.

1. Come dice l’esperto di epistemologia del web Richard Rogers, “La base di partenza è il riconoscimento di Internet non solo come oggetto di studio, ma anche come fonte”. Non studiamo l’umano “in Rete”, ma studiamo l’umano “grazie alla Rete”.

2. Non esiste una linea di demarcazione così netta tra online e offline. Tanto meno per le nuove generazioni, che non hanno mai conosciuto una vita senza la componente sul digitale. Il nostro mondo è sempre più fluido.

3. Saper leggere il passato e il presente, attraverso le ricerche etnografiche digitali, significa anche poter intravedere da una posizione privilegiata le tendenze del futuro. Uno dei tanti poteri magici di questa meravigliosa disciplina.

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